Dante e la notte è un’iniziativa dedicata a Dante Alighieri, con il patrocinio del Comitato nazionale per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri – Ministero della Cultura.

Il prof. Aldo Onorati, tra i più attivi conoscitori e studiosi del sommo poeta e “testimone nel mondo della Divina Commedia”, ha condotto un seminario dedicato all’immagine della notte all’interno delle tre cantiche, proponendo una selezione di alcuni dei passaggi più belli caratterizzati da visioni notturne della Divina Commedia e attraverso la sua lettura e il suo commento ha mostrato la grande attualità di Dante Alighieri.

I partecipanti al laboratorio hanno poi fotografato sulla base delle impressioni e delle immagini suscitate dalla lettura, attraverso un altro modo di guardare e osservare la notte, con gli occhi di Dante.

Pubblichiamo di seguito una selezione delle immagini realizzate.

Partecipanti

Antonino Clemenza

Antonio Pigliacelli

Marco Bianchi

Francesca Semerano

Monica Del Duca

Nadia Bianco

Ornella Latrofa

con la partecipazione in qualità di dantista del Prof. Aldo Onorati

 

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
chè ‘l velo è ora ben tanto sottile,
certo che ‘l trapassar dentro è leggero.
Purgatorio, VIII, 19-21

foto di Antonino Clemenza

Previene il tempo in su aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che l’alba nasca;
così la donna mia stava eretta
e attenta, rivolta inver’ la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta:

sì che, veggendola io sospesa e vaga,
fecimi qual è quei che disiando
altro vorria, e sperando s’appaga.
Paradiso, XXIII, 7-15

Foto di Antonino Clemenza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,

e pare stella che tramuti loco,
se non che da la parte ond’ e’ s’accende
nulla sen perde, ed esso dura poco:

tale dal corno che ’n destro si stende
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì resplende;

né si partì la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radïal trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.

Paradiso, XV, 13-24

Foto di Antonio Pigliacelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Buio d’inferno e di notte privata
d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant’esser può di nuvol tenebrata,

non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch’ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,

che l’occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s’accostò e l’omero m’offerse.

Purgatorio, XVI, 1-9

Foto di Antonio Pigliacelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Inferno, III, 133-136

Foto di Francesca Semeraro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come distinta da minori e maggi
lumi biancheggia tra ‘ poli del mondo
Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;

sì costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.

Paradiso, XIV, 97-102

Foto di Antonio Pigliacelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando incontrammo d’anime una schiera
che venìan lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera

guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.

Inferno, XV, 16-21

Foto di Francesca Semeraro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Né si partì la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radial trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.

Paradiso, XV, 22-24

Foto di Francesca Semeraro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Inferno I, 1-3

Foto di Marco Bianchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi andavam per lo vespero, attenti
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi seròtini e lucenti.

Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da cansarsi.

Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

Purgatorio XV, 139-145

Foto di Francesca Semeraro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ‘l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!

Purgatorio, V, 106 – 108

Foto di Marco Bianchi

Salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Inferno XXXIV, 136-139

Foto di Marco Bianchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,

Purgatorio XXII, 67-69

Foto di Marco Bianchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dolce color d’oriental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,

Purgatorio I, 13-15

Foto di Marco Bianchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indi la valle, come ‘l dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde e a’ fossati venne

di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,

ver’ lo fiume real tanto veloce

si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce

trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse

ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;

voltòmmi per le ripe e per lo fondo,

poi di sua preda mi coperse e cinse.

Purgatorio V, 115-129

Foto di Monica Del Duca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.

Inferno VI, 7-9

Foto di Nadia Bianco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.

Inferno VI, 10-12

Foto di Ornella Latrofa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uomini fummo, e or sem fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi

Inferno, XIII, 37-39

Foto di Ornella Latrofa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.

Inferno XXVI, 10-12

Foto di Ornella Latrofa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Breve pertugio dentro da la Muda,

la qual per me ha ‘l titol de la fame,

e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

m’avea mostrato per lo suo forame

più lune già, quand’ io feci ‘l mal sonno

che del futuro mi squarciò ‘l velame.

Inferno, XXXIII, 22-27

Foto di Ornella Latrofa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi eravam partiti già da ello,
ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;

e come ’l pan per fame si manduca,
così ’l sovran li denti a l’altro pose
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:

non altrimenti Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.

«O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi ’l perché», diss’io, «per tal convegno,

che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con ch’io parlo non si secca».

Inferno XXXII, 124-139

Foto di Ornella Latrofa