Cerco il momento incustodito, l’essenza dell’anima che fa capolino, l’esperienza scavata sul volto di una persona. Dopo l’Afghanistan, ho fotografato conflitti in altre parti del mondo, ma in genere rimango attaccato all’Asia. E’ un mondo che mi attrae irresistibilmente; anche senza macchina fotografica. Semplicemente, mi piacciono le persone e la cultura. Sono affascinato dal buddismo, così finisco sempre in posti come la Birmania, la Cambogia e il Tibet. Ho in corso talmente tanti progetti in Asia, che potrei passare altri 10 o 20 anni solo a concludere quelli già iniziati.
Soprattutto, mi nutro dei colori dell’Asia: henné scuro, oro martellato, curry e zafferano, l’intenso nero della lacca e la decomposizione coperta di colore. Se ci penso, capisco che è il colore vibrante dell’Asia che mi ha insegnato a vedere e a scrivere con la luce. Entri in quel vicolo. Segui quel bambino. Scopri la luminosità della vita nell’eterno grigiore polveroso di Calcutta. Aspetti la luce, quella più profonda e intensa, con l’ansia di un contadino che aspetta la pioggia. E’ incredibile come, nel terzo occhio della macchina fotografica, la polvere dell’Asia componga tali preziose trasparenze, e in tale profusione, tali profondità sottomarine.

di Steve McCurry
Il mio approccio è molto umanistico. La maggior parte delle mie fotografie è basata sulle persone e io cerco in qualche modo di trasmettere ciò che quella persona mi sembra essere, una persona colta in un paesaggio più vasto, quello che immagino si chiami condizione umana.
Ciò che voglio che la gente capisca dal mio lavoro è questa relazione umana tra tutti noi, sia che si viva in India, in Africa o in America latina. C’è una specie di comunanza tra tutti noi. Al di là della religione, della lingua o dell’etnicità, siamo di fondo uguali.
Entro sempre in relazione con il soggetto, sia che mi trovi in un campo di rifugiati sia in un sobborgo di Bombay. Cerco sempre di stabilire una qualche specie di rapporto personale, per quanto breve. Capita anche che mi trovi a camminare lungo una strada e fotografi la gente in una frazione di secondo. E qualche volta capita che l’immagine appaia come se fosse il frutto di una lunga interazione, quando di fatto è stata brevissima.
Se dovessi smettere di fotografare, penso che continuerei a viaggiare. Viaggio e fotografia sono come intrecciati. E sono affascinato da entrambi. Così, se non mi dedicassi alla fotografia, farei il nomade di professione.
Tratto da  ”I Grandi Fotografi – Testimonianze e visioni del nostro tempo” Magnum Photos – Edizioni Hachette